Prelievi con bancomat non riconosciuti dal correntista: la banca deve provare l’imputabilità al cliente per colpa grave o risarcire il danno

Nel caso di prelievi a mezzo bancomat non riconosciuti dal correntista, grava sulla banca l’onere di dimostrarne l’imputabilità al cliente per colpa grave. Se tale prova non viene fornita, il cliente va ristorato.

E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sez. III, con ordinanza n. 9721/2020 del 26 maggio 2020.

I fatti di causa

I ricorrenti, coniugi M.A. e T.P., avevano un conto corrente in comune presso le Poste Italiane spa, con relativa carta per prelievo bancomat. Il 19 settembre 2013 si sono accorti che, nei due giorni precedenti, il conto, che presentava un saldo attivo di circa 23 mila Euro, era stato azzerato mediante prelievi allo sportello, non autorizzati dai ricorrenti, e dunque abusivamente effettuati. In quello stesso giorno comunicavano l’accaduto a Poste Italiane spa, che provvedeva a bloccare il bancomat.

I due ricorrenti citavano quindi in giudizio le Poste per avere il rimborso della somma prelevata da ignoti abusivamente, assumendo di averne diritto.

Le Poste resistevano alla domanda depositando distinta dei movimenti sospetti, da cui risultavano prelievi allo sportello, facendo presente che la tessera bancomat costituiva da sola documento valido per il prelievo, senza bisogno di ulteriori documenti di identità.

Tuttavia, il Tribunale, in primo grado, riteneva che i due ricorrenti non avevano fornito la prova della diligenza usata per impedire il furto o la clonazione del bancomat; che non v’era responsabilità della banca anteriore al blocco della carta.

La Corte di appello dichiarava inammissibile l’appello proposto ai sensi dell’art. 348 bis c.p.c..

I due correntisti ricorrevano quindi in Cassazione, avverso la decisione di primo grado, con sei motivi. Resisteva Poste Italiane Spa con controricorso.

La decisione della Corte di Cassazione

Afferma la Suprema Corte che, in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, proprio per garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema (il che rappresenta interesse degli stessi operatori), è del tutto ragionevole ritenere che nell’area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento (banca e/o Poste) , rientri la possibilità di una utilizzazione dei codici di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo.

Ne consegue che, anche prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 11 del 2010, attuativo della direttiva n. 2007/64/CE relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, la banca, cui è richiesta una diligenza di natura tecnica, da valutarsi con il parametro dell’accorto banchiere, è tenuta a fornire la prova della riconducibilità dell’operazione al cliente (Cass. N. 2950 / 2017).

La banca deve pertanto fornire la prova della riconducibilità dell’operazione al cliente.

Questa regola, dettata per i casi anteriori, è stata confermata dal D.Lgs. n. 11 del 2010, secondo cui l’onere di dimostrare che l’operazione, posta in essere illecitamente dal terzo, è stata comunque effettuata correttamente e che non v’è stata anomalia che abbia consentito la fraudolenta operazione, grava, per l’appunto sulla banca (L. n. 11 del 2010, art. 10, comma 1).

Precisa poi la Corte che, stante la natura contrattuale del rapporto tra banca e correntista, la responsabilità della banca per operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, con particolare riguardo alla verifica della loro riconducibilità alla volontà del cliente mediante il controllo dell’utilizzazione illecita dei relativi codici da parte di terzi, ha natura contrattuale e, quindi, va esclusa se ricorre una situazione di colpa grave dell’utente, configurabile nel caso di protratta mancata attivazione di una qualsiasi forma di controllo degli estratti conto (Cass. N. 18045/ 2019).

In sostanza, da un lato, grava sulla banca l’onere di diligenza di impedire prelievi abusivi, per altro verso grava sempre sulla banca l’onere di dimostrare che il prelievo non è opera di terzi, ma è riconducibile comunque alla volontà del cliente. Infine, quest’ultimo subisce le conseguenze della perdita se, per colpa grave, ha dato adito o ha aggravato il prelievo illegittimo (ad esempio se ha contestato l’uso non autorizzato dello strumento di pagamento con colpevole ritardo).

Orbene, nel caso di specie non può in alcun modo ritenersi che i correntisti siano incorsi in colpa grave dal momento che hanno provveduto immediatamente a segnalare il prelievo non autorizzato, con la conseguenza del blocco del bancomat dopo solo un giorno.

A parte ciò, i correntisti non possono essere incaricati di dimostrare di non aver ceduto ad alcuno la tessera o il PIN e di avere diligentemente custodito la carta, in quanto non è onere dei correntisti, ma della Banca, dimostrare la riconducibilità dell’operazione al cliente e non al terzo.

Per questi motivi la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ed ha rinviato al Tribunale competente per la decisione.

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